Con il giurista Alessandro Klun, autore di A cena con Diritto, per la nostra rubrica La legge è servita abbiamo deciso di esplorare il nebiloso mondo della ristorazione domestica.
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Giacomo è quel tipo di amico che se gli chiedi un uovo al tegamino, ti serve una déclinaison d'oeuf a bassa temperatura su letto di asparagi croccanti. È un talento naturale. La casa è bellissima, il giardino sembra uscito da una rivista di design e, puntualmente, tra un calice di vino e un risotto perfetto, scatta la domanda fatidica degli amici: "Giacomo, ma perché non apri un ristorante?"
L'idea stuzzica, arriva la bella stagione, e il termine Home Restaurant comincia a risuonare tra le mura domestiche come il richiamo di un fritto misto.
Ma prima di appendere l'insegna alla porta e ordinare venti grembiuli coordinati, c'è una piccola giungla da attraversare: la normativa italiana.
Prendete un caffè e leggete con calma perché, in Italia, l'Home Restaurant è come quella ricetta della nonna, tutti sanno che esiste ma nessuno l'ha mai scritta ufficialmente.
Dal 2009 il Parlamento prova a fare una legge, ma finisce sempre col classico tutto fumo e niente arrosto, solo "bozze", "proposte" e pareri ministeriali che giocano a rimpiattino.
Alcuni principi sono comuni ovvero l'occasionalità e non continuità dell'attività che va ubicata nell'abitazione privata, i limiti di guadagno, il numero ridotto di ospiti, il rispetto delle norme igienico-sanitario, l'obbligo di attestato HACCP e la presentazione della SCIA al Comune.
In sostanza, l’idea rimane quella di distinguere il piccolo home restaurant dalla ristorazione tradizionale vera e propria.
Una svolta importante è arrivata con la Risoluzione n. 50481 del 10 aprile 2015 del Ministero dello Sviluppo Economico. Secondo il MISE, l’home restaurant deve essere considerato a tutti gli effetti un’attività economica di somministrazione di alimenti e bevande. Questo significa che, anche se svolta in casa, l’attività deve rispettare le regole previste per i ristoranti tradizionali, comprese quelle relative a:
- sicurezza alimentare;
- requisiti professionali;
- norme igienico-sanitarie;
- autorizzazioni amministrative;
- disciplina urbanistica ed edilizia.
Di conseguenza, chi organizza pranzi o cene a pagamento nella propria abitazione potrebbe essere tenuto a presentare la SCIA e ad adempiere agli stessi obblighi previsti per i pubblici esercizi.
Nel 2017 la Camera dei Deputati ha approvato una proposta di legge dedicata alla “ristorazione in abitazione privata”, che però non è mai diventata legge definitiva.
La proposta prevedeva che l’attività potesse svolgersi esclusivamente tramite piattaforme digitali specializzate, con pagamenti tracciabili e registrazione delle operazioni. Erano previste stringenti regole:
- massimo 500 coperti annui;
- limite di 5.000 euro di introiti all’anno;
- utilizzo di immobili ad uso abitativo;
- esclusione di B&B e case vacanza non imprenditoriali;
- obbligo di comunicazione al Comune.
Praticamente per servire quattro persone in giardino la legge voleva assoggettarti agli stessi obblighi di una catena di fast food. Anche l'Antitrust criticò aspramente la proposta.
Nel 2019 Il Ministero dell'Interno ha dato un’interpretazione più "morbida" all'argomento.
Se l'attività è privata, solo su prenotazione, occasionale (massimo 3 giorni a settimana) e non aperta a chiunque passi per strada, allora non ci sarebbe bisogno della SCIA. Insomma, un invito a cena tra amici (un po' allargato e con scontrino).
La confusione è sempre stata tale che anche i giudici hanno spesso emesso spesso sentenze contrastanti.
Il TAR Campania con pronuncia del 2018 ha confermato che l’home restaurant può essere considerato attività di somministrazione di alimenti e bevande, con conseguente obbligo di SCIA o autorizzazione comunale. Nel 2019 invece a San Miniato un Giudice di Pace ha annullato una sanzione inflitta a un home restaurant che operava senza SCIA, sottolineando l’incertezza normativa esistente.
Quindi cosa deve fare oggi chi vuole aprire un home restaurant?
L'HACCP è fondamentale. Bisogna dimostrare di sapere che il pollo crudo e l'insalata non devono fare amicizia in frigo.
La SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività): molti Comuni la pretendono, quindi meglio chiedere all'ufficio tecnico locale prima di accendere i fornelli.
Il Fisco non dorme mai: Anche se è un hobby, i soldi che entrano vanno dichiarati.
Nel 2017 si parlava di un limite di 5.000 euro all'anno e massimo 500 coperti. Oltre quella soglia, si diventa imprenditori a tempo pieno e le tasse bussano alla porta più velocemente degli ospiti.
Usare siti specializzati aiuta a tracciare i pagamenti e a dare un'aria di professionalità (e legalità) a tutta l'operazione.
In conclusione Giacomo può trasformare il suo bel giardino in un tempio del gusto?
Direi di sì, a patto di:
Restare "Piccolo". Pochi ospiti, poche sere, tanta qualità.
Essere Pulito. Corso HACCP e igiene al top.
Informarsi al Comune in merito alla SCIA e alla conformità urbanistica dell'immobile. Ogni borgo in Italia ha le sue fisime burocratiche.
Quindi la strada è un po' in salita ma il panorama, arrivati in cima, può essere interessante dal momento che la formula dell'home restaurant risponde a nuove esigenze di convivialità, turismo esperienziale e cucina autentica fatta in casa.
La vera sfida sarà quindi trovare un equilibrio tra innovazione, tutela dei consumatori e corrette condizioni di mercato, attraverso una normativa chiara, uniforme e definitiva.

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