Sindrome dell'insegna sicura, tutti prigionieri della comfort zone editoriale

 

Immagine generata con AI

Non scrivo mai post polemici ma vorrei stavolta farlo perché scorrendo le pagine dei nomi che contano in campo di food writing  mi rendo conto che è in atto una sorta di cortocircuito tra critica gastronomica e lifestyle journalism. La prima avrebbe il dovere di scoprire e analizzare, mentre il secondo spesso finisce per "vidimare" ciò che è già di moda. 

Noto spiacevolmente leggendo i miei "colleghi" food writer che il panorama dei contenuti sembra essersi ristretto sempre di più verso un unico centro gravitazionale fatto di soliti nomi e solite inquadrature. Contenuti ricercati ma sempre più standardizzati sui soliti locali rinomati del territorio regionale e anche nazionale, si muovono tutti in una sorta di comfort zone editoriale.

 Parlare di uno chef in odore di stelle o di un locale che ha già migliaia di followers garantisce una "validazione sociale" immediata. Se il locale è già consacrato, il critico non rischia la reputazione.
 Sono tutti troppo restii a parlare per primi fuori dal coro di quei locali o quegli chef magari in ascesa o con possibilità di esserlo semplicemente perché nessuno lo ha fatto prima di loro.
Mi trovo a leggere recensioni uniformi, a vedere una eccessiva spettacolarizzazione ed esaltazione di luoghi medi che in realtà ci sta pure quando si fa un'operazione di marketing a servizio di un locale e si cerca di favorire un operatore piuttosto che un altro ma risulta assolutamente poco credibile e priva di effettivo contenuto  quando le si vuole dare quel taglio informativo senza che vi sia in realtà mai un originale punto si vista. 
Punto di vista e giudizio che può essere anche l'originale voce del proprio gusto ma, ahinoi, le operazioni di marketing condivise sono quelle che aiutano a far cassa. 
Parlare di ciò che piace a tutti ci rende la vita facile, avoglia se la rende facile!
Al contrario, essere i primi a segnalare una trattoria di periferia o un giovane talento significa esporsi. Molti temono che parlare di un locale sconosciuto non generi traffico e inoltre richiede competenza tecnica per giudicare senza il paracadute del consenso altrui e, purtroppo, essere la voce fuori dal coro non è comodo. 
Ma ricordiamoci che se tutto è "incredibile", "imperdibile" o "un’esperienza mistica", nulla lo è davvero con buona pace della credibilità del settore.
 La critica gastronomica è diventata "cronaca gastronomica". Si descrive il menù, ma non lo si mette in discussione e viva la "bolla della mediocrità" esaltata per non rompere i rapporti personali o i futuri inviti.

Penso tuttavia che rivendicare il proprio gusto personale non sia un atto di superbia, ma di onestà intellettuale. Un critico che non sa dire la sua smette di essere una guida e diventa un depliant pubblicitario.
L'originalità ha un costo (meno like immediati, meno inviti ai press tour esclusivi), ma costruisce un legame di fiducia indissolubile con il lettore, che nel lungo periodo vale molto più di un post virale.
Quindi riscopriamoci "esploratori" e non solo di "ripetitori". La fiducia del lettore  oggi è la merce più rara e preziosa del mercato.  
E tu cosa ne pensi?

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