Conto del ristorante troppo alto per gli extra a voce? Ecco quando puoi rifiutarti di pagare



Angela e la sua famiglia dopo una bella gita d'arte si siedono felici in una trattoria tipica. Il ristoratore, con la parlantina di un attore da premio Oscar, sciorina i piatti del giorno a voce. Arrivano le tagliatelle ai funghi che ha così tanto decantato e, con una mossa da vero prestigiatore, l'oste si avvicina: “Che facciamo, signora? Ci diamo una grattugiatina di tartufo fresco sopra?”. L'odore è celestiale, Angela si fa tentare, la famiglia la segue a ruota. Tutti dicono di sì. Poi arriva il conto, e l'estasi culinaria si trasforma in un mezzo infarto, ben  100 euro di supplemento per quella "nevicata" di tartufo.
A questo punto la domanda sorge spontanea: Angela può guardare il ristoratore negli occhi e dirgli "Io questo non lo pago"?

La legge del "Patti chiari, amicizia lunga"

Diciamoci la verità, alzarsi e fuggire dal ristorante non è mai una buona idea.

 Però, la legge italiana sta dalla parte dei consumatori quando il ristoratore fa il "furbetto". Il principio base è uno solo: trasparenza assoluta. Tu mi devi dire prima quanto spendo, io devo poter scegliere se svenarmi o meno.

Ecco quando il cliente ha il coltello dalla parte del manico

I prezzi fantasma del "Menu a voce". Raccontare i piatti a voce va benissimo e fa molto "osteria verace", ma il ristoratore ha l'obbligo di dirti anche il prezzo. Se non lo fa, sta violando l'articolo 180 del Regio Decreto n. 635 del 1940.
La sorpresa nello scontrino. Coperto, servizio, maggiorazione per il tavolino panoramico o, appunto, il tartufo-salasso. Se questi extra non sono scritti chiaramente sul menu o su un cartello ben visibile, non sei tenuto a pagarli. I costi nascosti non piacciono alla legge.
I prezzi ballerini. Se sul menu c'è scritto che la cotoletta costa 12€ e sul conto te la ritrovi a 18€ vince il menu. Paghi la cifra più bassa che ti era stata pubblicizzata e non c'è inflazione che tenga.
L'incubo nel piatto. Se ti portano una cosa per un'altra, se gli ingredienti sono palesemente scadenti o deteriorati, se nel piatto c'è un "ospite inatteso" (tipo un bullone o un capello chilometrico), hai tutto il diritto di rimandare indietro la portata e chiedere lo scorporo dal conto.

Quando invece tocca pagare (e stare zitti)

Attenzione, però, a non fare i capricci. La legge non copre i gusti personali o i rimorsi dell'ultimo minuto.
"Non mi piace": Se la pasta è perfettamente commestibile ma per i tuoi gusti c'è troppa cipolla, o se la porzione ti sembra "da formica", non puoi rifiutarti di pagare.
"Costa troppo": Se il prezzo del tartufo era scritto sul menu (magari a peso, es. “5€ al grammo”) e tu non hai fatto i calcoli prima di dire di sì, la colpa è tua. Il lusso si paga.

Il rischio di fare i furbetti

Se decidi di fare il giustiziere della notte, consumi tutto il pasto e te ne vai senza pagare, senza una valida ragione legale,  rischi grosso. Non è solo una questione di maleducazione, si rischia una denuncia per insolvenza fraudolenta.
Un reato vero e proprio che, oltre a farti sborsare un sacco di soldi in avvocati, può prevedere oltre alle sanzioni economiche una pena fino a due anni di reclusione. 

In conclusione: Nel caso di Angela, visto che il prezzo del tartufo non era stato comunicato né a voce né per iscritto, lei ha tutto il diritto di contestare quei 100 euro di extra e pagare solo il prezzo base delle tagliatelle  e che serva da monito al ristoratore "prima di tentare i clienti indica chiaramente il prezzo della tentazione".

Articolo in collaborazione con il giurista Alessandro Klun  autore del libro “A cena con diritto”

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