
Su Diritto di Cronaca oggi la pubblicazione di un nuovo articolo in cui, con il giurista Alessandro Klun, affrontiamo un argomento di diritto applicato al tema della ristorazione. Di seguito ve ne riporto il testo.
Stasera finalmente Laura realizza il suo sogno: cena nel ristorante che da mesi tormenta il suo feed di Instagram. Non vede l'ora di sguainare il suo smartphone, regolare l'illuminazione del tavolo e scattare la foto perfetta da vera influencer per far schiumare d'invidia amiche e conoscenti.
Ma appena varca la soglia, la sala gremita le mette addosso qualche dubbio: "Posso scattare foto in totale libertà? Devo chiedere il permesso al cameriere? E se il signore del tavolo accanto mi guarda male perché sto illuminando la sua tagliata col flash tipo faro nella notte?"
Eh si! Scattare una foto al piatto prima ancora di assaggiarlo è diventato un riflesso incondizionato, quasi un rito propiziatorio. Tuttavia, dietro questo rituale da food photography, si nasconde una vera e propria arena diplomatica tra prerogative del ristoratore, diritto alla riservatezza degli altri commensali e la fisica degli spazi aperti al pubblico.
Promozione gratuita o incubo in sala?
Negli ultimi anni, la condivisione social delle portate è diventata una colonna portante dell'esperienza a tavola. Un impiattamento scenografico finisce dritto in una story, regalando al ristorante una pubblicità gratuita che nessun agenzia marketing saprebbe replicare. Eppure, nonostante l'effetto "vetrina", immortalare i piatti durante il servizio non è sempre una festa d'accoglienza.
Ricordiamo sempre che Il ristorante è un locale aperto al pubblico ma rimane una proprietà privata e il titolare può porre limiti e divieti.
Non è solo una questione di antipatia. Le ragioni per cui un esercente può limitare i tuoi scatti da fotoreporter sono più che valide:
La privacy dei vicini (e del personale): Fotografare un piatto è un conto; inquadrare la signora del tavolo dietro mentre mastica a bocca aperta o il cameriere visibilmente stressato è un altro. Qui entriamo nel terreno minato della privacy e del diritto all'immagine.
Segreti di fabbrica e "copia-incolla" culinari: Alcuni chef investono mesi per sviluppare ricette, tecniche e impiattamenti unici. Evitare che le foto circolino troppo liberamente è un modo (disperato, ma comprensibile) per difendersi dai colleghi con l'abitudine di copiare.
Preservare l'atmosfera: C'è chi cerca una cena intima e non vuole sentirsi sul set di un film hollywoodiano tra luci supplementari e aste da selfie fluttuanti.
Come funziona il galateo (e la legge) delle foto
In assenza di una disciplina specifica un titolare può decidere di incoraggiare la condivisione delle immagini, magari invitando gli ospiti a menzionare (taggare) il locale nelle pubblicazioni online.
Altri, invece, possono preferire un ambiente più riservato e introdurre limitazioni alle fotografie.
Per evitare incomprensioni, è opportuno che eventuali divieti siano comunicati con chiarezza, per esempio attraverso avvisi all’ingresso, indicazioni sul menu o informazioni fornite dal personale.
In ogni caso è regola base evitare di alzarti, invadere i corridoi del servizio o puntare il flash negli occhi dei vicini.
In caso di comportamenti insistenti o di disturbo evidente, il gestore ha tutto il diritto di intervenire per ripristinare la pace in sala e, nei casi più estremi, invitare il cliente a saldare il conto e finire la serata altrove.
In conclusione
Fotografare ciò che mangiamo non è un diritto costituzionale illimitato. Per i clienti, la parola d'ordine è, ancora una volta, la stessa: buonsenso.
Rispetta le regole della casa e la tranquillità chi ti sta intorno.
Per i ristoratori, la chiave sta nel comunicare i limiti in modo chiaro, garbato e trasparente.
Dopotutto, il piatto dà il meglio di sé quando è ancora caldo, non quando la foto ha raggiunto i 50 like.
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