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| Saveria Sesto |
Tra le ultime pubblicazioni di Rubbettino c'è un libro che mi sta particolarmente a cuore Il Moscato di Saracena, storie di donne e di uomini scritto dalla giornalista ed enologa Saveria Sesto, una vera e propria antologia che celebra il profondo legame tra un prodotto d’eccellenza e la comunità che lo custodisce.
Su Instagram ho parlato qualche giorno fa di questo eccezionale prodotto e del recente evento cui ho partecipato: l'inaugurazione della prima Casa del Moscato d'Italia, un progetto che mira a trasformare il borgo di Saracena in un centro di attrazione enoturistica, confermando la visione contenuta nel libro di Saveria Sesto che vuole il vino come motore di sviluppo economico e consapevolezza culturale per le nuove generazioni.
In questo volume, presentato ufficialmente allo scorso Vinitaly, l'autrice, anch' essa presente all'evento festivo di sabato, esplora il Moscato di Saracena come un "marcatore identitario" della Calabria.
Ho letto con interesse questa pubblicazione perché non è una guida, di quelle che fanno l'elenco dei produttori e mettono in bella mostra le caratteristiche del prodotto, la produzione dello stesso e le etichette attualmente in commercio.
L'ho letto come un romanzo perché contiene in esso le storie di tutti i produttori - molti dei quali conosco bene - e la storia di un'intera comunità custode di un territorio.
Il libro mi piace perché evidenzia il ruolo delle donne di Saracena che hanno tramandato oralmente la complessa ricetta e i segreti di questa particolare vinificazione proteggendo la tradizione del moscato dall'oblio quasi come "sacerdotesse" di un rito domestico che fonde amore, pazienza e memoria.
In epoche in cui l'agricoltura era un mondo prevalentemente maschile, le donne di Saracena hanno esercitato una forma di potere silenzioso attraverso il controllo della produzione del Moscato.
La selezione dei chicchi d'uva (sciccatura) da aggiungere al mosto bollito è un'operazione che richiede ore di lavoro e più che un lavoro è un gesto materno. Ogni acino viene toccato, osservato e scelto. In questa meticolosità si legge l'orgoglio di chi sa che la qualità del vino dipenderà dalla propria capacità di scartare l'imperfezione, proteggendo l'onore della famiglia e del prodotto. La confidenza e la complicità,che fa si che la tecnica passi di madre in figlia, è un legame di sangue che diventa sapore.
Le donne di Saracena hanno incarnato la pazienza che è quasi magia in quell'attesa del "punto giusto" di riduzione del mosto, nel capire dal profumo o dal colore, quando la trasformazione è avvenuta. Per le donne di Saracena offrire un bicchiere del "proprio" Moscato era il modo supremo di onorare l'ospite.
Quanta fatica e quanto orgoglio in quella piccola quantità di liquido ambrato.
Il testo mi è piaciuto perché raccoglie le testimonianze delle famiglie che oggi producono il moscato, quelle famiglie che hanno reso impresa una tradizione, ma mi è piaciuto anche perché dà spazio alla comunità dei "garagisti" quei piccoli produttori domestici che mantengono viva la tradizione per consumo familiare, contribuendo a far sì che la storia del Moscato resti autentica.
Il Moscato al Governo di Saracena è oggi presidio Slow Food ed è rinomato da secoli: già nel XVI secolo, il cardinale calabrese Guglielmo Sirleto faceva arrivare barili di Moscato di Saracena alla tavola di Papa Pio IV. Poi scrittori come Norman Douglas (in Old Calabria, 1915) e George Gissing (in Sulla riva dello Jonio, 1901) hanno celebrato questo vino nei loro diari di viaggio, descrivendolo come un "nettare" degno dell'antica Sibari.
Ma un ruolo fondamentale nella riscoperta commerciale del prodotto viene attribuito alla famiglia Viola, che a metà degli anni '70 recuperò il protocollo di produzione parlando con le anziane del borgo, trasformando un consumo domestico in un caso di eccellenza internazionale.
E allora se vi ho incuriositi un po' leggetelo il libro e venite a scoprire qui a Saracena le storie legate a questa eccellenza.



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